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Non andrei più ad una convention solo per vedere gli attori messi in vetrina

10 Gennaio 2019 - Fandom

Foto con Richard Dean Anderson

Siamo nel 2019, fra poche settimane avrò 40 anni e con l’influenza che dura dal primo gennaio me ne sento già il doppio. Sarà per la rinomata maturità che pare potrebbe sopraggiungere per quella data fatidica (ci credo veramente poco) ma ormai quando leggo che gli attori delle serie che amo saranno ospiti di qualche convention la mia reazione è una vaga esclamazione tipo “AHEEAOIUU” e poi dopo 5 minuti mi metto a pensare ad altro.

Ci sono telefilm che continuo ad amare, personaggi, attori di cui scherzare e commentare la notevole gnoccaggine ma per cui, con tutti il rispetto e lo sbavamento possibile, per quanto mi riguarda non ha più senso fare ore di fila per una stretta di mano, un abbraccio fugace, un ciao buttato là insieme a una sorta di dialogo farfugliato mentre dietro altri ti spingono per lasciargli il posto.

Cosa francamente mi resta a parte uno scarabocchio su un foglio e una foto in cui hai lo sguardo allucinato perché non hai il tempo di renderti conto di quello che stai facendo? Io ho pure perso l’autografo di Michael Weatherly… per farvi capire quanto alla fine tenga a queste cose. E come dimenticare i noiosissimi panel in cui per un’ora l’attore si deve sorbire domande imbarazzanti o le classicissime “Qual’è il tuo colore preferito?”, “Chi bacia meglio?”, “Mi sposi?”.

Sicuramente è stato più interessante “l’incontro” con David Lynch, che nell’intervento del Lucca Film Festival ha dato risposte a caso alle domande del moderatore che voleva la spiegazione di questo o quello dei suoi film (state ridendo vero?).

Come ho già scritto sopra odio gli autografi ma, non volendo farmi firmare cose standard come DVD o libri, ho pensato bene di scrivere una citazione di Lynch su un block notes e lasciare uno spazio per la firma. Grazie alla mia proverbiale stazza sono riuscita a farmi spazio tra la folla che gettava DVD per farseli autografare come al mercato del pesce ed arrivare davanti a lui. Mi ha fatto sorridere che abbia gradito la mia pseudo creazione artistica e mi ha fatto i complimenti per la scelta della citazione.

Ho avuto bisogno di inventarmi qualcosa per dare un senso ad un evento che, anche se all’interno di un film festival, si era ridotto ad essere la solita noiosa caccia all’autografo con toccata e fuga dell’ospite. Ormai sono convinta che se andassi alla Comic-Con di San Diego mai e poi mai passerei ore e ore in fila per un panel o una sessione di autografi dando invece la precedenza ad un approfondito giro tra stand ed espositori e a conoscere fan da tutto il mondo. Saranno gli anni che passano, le convention fatte e quelle organizzate in cui ormai mi sono abituata a vedermi passare a fianco cast e crew, ma per solleticare la mia curiosità e la voglia di partecipare ancora a questi eventi forse avrei bisogno di altro.

Per esempio un’ora di stage o workshop, in cui l’ospite ci spiega i trucchi del mestiere, si prova o si scrive qualche scena, si gioca un po’. Un momento in cui l’attore fa l’attore, o lo sceneggiatore o chicchessìa, dove magari attraverso il racconto di qualche aneddoto legato a questa o quella scena può insegnarci qualcosa. Uno scambio alla pari fan-celebrity, un appiattimento dei ruoli che avvicina i due molto più di una foto ridicola con pose imbarazzanti scattata al volo. In questo modo si valorizzerebbe la professionalità dell’ospite e non solo averlo lì come bella presenza a pettinare le bambole e i ragazzini capirebbero che non è solo per intervento divino o aspetto fisico che si arriva a certi livelli ma con la passione, il duro lavoro e la gavetta. E soprattutto che le star sono persone come loro.

Non butto certo via tutto delle convention. I ricordi più belli sono quelli legati alle persone che mi hanno accompagnato in queste avventure. La preparazione, il viaggio, le battute nerd, i costumi sistemati con precisione nell’armadio e gli altri nostri vestiti buttati a caso in valigia. Le notti in ostello in cui dovevamo fare i turni per scendere dal letto per evitare di scontrarsi o calpestarsi, le scene di delirio quando volevamo replicare photoshoot di serie TV in loco. Le cene e i festini danzanti fino a tardi insieme ai fan di tutte le nazioni. E l’immancabile giro turistico della città che ospitava la convention. Gli attori alla fine erano solo un pretesto per avere la possibilità di stare insieme e far finta di non conoscersi quando ai controlli in aeroporto spuntavano teglie di Darth Vader o bottiglie di Tru Blood.

Ora io non dico che in generale non vorrei incontrare più nessuna cosiddetta star. Certo una chiacchierata davanti ad un caffè o una pizza con tizia o caio mi farebbe certo piacere. Ma è appunto così che vorrei avere la possibilità di conoscere quelle persone che interpretano i personaggi che amo, parlando del più e del meno come accade con chiunque in tranquillità. Ma non è certo una caotica convention piena di adolescenti o groupie urlanti il luogo per farlo, almeno per me.

Ed è giusto che lo sia per chi pensa che quei momenti di incontro in manifestazioni di questo tipo siano speciali, soprattutto per i giovani che hanno così modo di abbracciare e ringraziare quegli attori che, attraverso i loro personaggi, portano in scena i loro sogni e le loro paure soprattutto quando non sei il solito ragazzino bianco-eterosessuale-cattolico-fascista e ogni giorno di ritrovi bullizzato e discriminato dalla società.

Sarà stanchezza? Sarò disillusa? Boh. So solo che ora come ora mi basta che gli attori delle serie che amo continuino a fare il loro lavoro e a trovare sempre nuovi modi per farmi emozionare, ridere e piangere. Perché per il resto le Instagram Stories fanno già un bel lavoro di selezione per buttare giù il muro che separa il personaggio dall’attore.